sabato 14 marzo 2009
Essere un capo
Cosa significa essere capo? Cosa significa dover gestire un'azienda, del personale, delle scadenze? Quando si tratta di criticare i vari capi siamo solitamente molto solleciti, ciò che sbagliano infatti lo si amplifica notevolmente, non è vero? Il capo molto spesso è odioso e odiato o quantomeno disprezzato. Ma quali sono le situazioni che rendono i capi così insopportabili e quali li rendono invece amabili (rarissimamente)? Negli anni, viaggiando di ditta in ditta, ho visto due cose che hanno fatto calare notevolmente il rispetto dei dipendenti per i capi: 1) se il capo arriva con la Porche, mentre i sui dipendenti fanno fatica ad arrivare alla terza settimana 2) l'incapacità di essere leader, come spesso accade ai figli che si trovano ad ereditare ditte fondate dai genitori Alcuni sono fatti per essere leader, altri no, se questo non costituisse fonte di vergogna, molte ditte oggi esisterebbero ancora, perché non sarebbero più portate avanti dai figli ereditieri ma ignoranti in materia o semplicemente non-leader, bensì da coloro che si sono fatti le spalle grosse nelle varie aziende ed hanno imparato a conoscere le varie fasi produttive, i materiali, i tempi, il trattamento del cliente, l'estero ed il personale. Il livello in cui ci si inserisce deve essere guadagnato, viceversa il posto vacante sarà occupato da persone incapaci di gestirne il carico e la responsabilità e porterà le ditte ad affossarsi con le proprie mani; cosa che sta accadendo infatti. Il vecchio modello del self-made-man che in America è andato sempre per la maggiore trova il mio totale consenso, ma non per un'ideologia pro-America bensì a livello pratico. Chi non conosce la ditta in cui si inserisce a partire dai bassi livelli infatti, non sarà mai in grado di comprendere che determinate richieste ai collaboratori ad esempio sono ammissibili ed altre no. Si eviterebbero tanti problemi grossolani, dovuti ad una tendenza a considerare il lavoro alle macchine ad esempio un lavoro sporco, da non far praticare ai figli, mentre facendo loro saltare quest'esperienza, li si priva di un fondamentale know-how che permetterebbe ad una ditta, una volta insediatili agli alti livelli, di fiorire al posto di svanire. Ma c'è un altro modello che è fiorito negli ultimissimi anni ed è quello forse più femminile, non più basato su una ferrea gerarchia maschilista, sulla competizione spietata ad ogni costo, bensì sulla cooperazione fra uguali, indipendentemente dal ruolo ricoperto, una conduzione quasi famigliare in cui ognuno si sente un elemento portante, prezioso e ineguagliabile della ditta in cui lavora. Ecco che il carico che il capo in questione ha da portare si sgrava notevolmente, perché la responsabilità è più suddivisa con l'aggiunta che il personale è più motivato, sentendosi parte di "una grande famiglia". Mentre nel primo caso infatti il personale, "dominato" in senso verticale, si sente deresponsabilizzato, nel secondo caso è responsabilizzato al massimo e quindi si sente automaticamente portato a voler contribuire, perché comprende che se lavora male, va a proprio danno. Il capo in questione quindi tenderà a non mettere in bella mostra un macchinone spropositato e sicuramente sarebbe un capo capace di lodare i suoi dipendenti, come un padre che loda il figlio che ha fatto progressi. Adesso osservate le ditte in cui lavorate e capirete subito se la vostra conduzione è vecchia di 25 anni o viceversa moderna..
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