martedì 4 gennaio 2011

Si può essere ricchi ed andare ugualmente in paradiso? " Il Vangelo della Ricchezza" di Andrew Carnegie

Sto leggendo un libro sull'ecomia contenente analisi di fine ottocente che penso possano ispirarci ancora oggi.Di seguito un collage di stralci per spunti di riflessione individuale:

IL VANGELO DELLA RICCHEZZA
Andrew CARNEGIE nacque nel 1835 in Scozia, figlio di un umile tessitore, impegnato socialmente, e sballottato nel marasma e disoccupazione del settore, conseguente alla diffusione dei telai meccanici.
Così il padre, nel 1848 preferì emigrare negli Stati Uniti con tutta la famiglia, tra cui il 13nne C., che a Pittsburg fu subito impiegato come bobin-boy con la paga di $. 1,2 giornalieri (56 lire mensili), per dieci ore di lavoro.
Un sabato il principale – ancorchè egli si fosse incolonnato prima di molti altri - gli disse di appartarsi ed attendere e C. incominciò a tremare, pensando ad un licenziamento.
Invece, usciti tutti gli altri, il principale gli disse : "Andrea, ho seguito attentamente il vostro lavoro, ben più fattivo di quello altrui, per cui Vi porto lo stipendio a 67 lire!
C. tornò correndo a casa, dove la mamma pianse di contentezza per la promozione del figlio.
 "Ora dispongo di milioni - diceva C., molti anni dopo – ma tutti questi messi assieme non mi hanno mai procurato la gioia di quelle undici lire di aumento![1
Ricorda C., nella sua autobiografia :  "Sono nato nella miseria, ma non cambierei i ricordi della mia fanciullezza per quelli dei figli dei milionari..."
 Vedremo che malgrado il già pesante orario di lavoro, C. continuava a studiare per conto suo, frequentando la biblioteca del colonnello Anderson.
 Divenne successivamente trasmettitore telegrafico, capo dell’ufficio postale, segretario del colonnello Scott e.
 imprenditore metallurgico in continua crescita, grazie ad una quasi incredibile capacità di giocare una dopo l’altra tutte carte vincenti.
Ad esempio, sveglio e pieno d' intuito, comprese immediatamente l’importanza della ricerca scientifica e di un innovazione tecnologica
ma anche di quelle ferrovie sterminate, di lunghezza mai vista fino ad allora  -
Verso la fine del secolo le sole acciaierie Carnegie producevano più acciaio che non l’intiera Inghilterra, nazione allora mondialmente dominante, mentre Carnegie veniva considerato l’uomo più ricco del mondo, ormai spaziando anche nel settore finanziario e nelle più svariate attività
Dopo aver ceduto tutte le sue partecipazioni ad un altro uomo, cioé il banchiere-filibustiere Morgan - in omaggio al suo principio che "Chi muore ricco non muore certo tra le braccia di Dio" 
arrivò a distribuire, in beneficenza mirata, qualcosa come 300 milioni di dollari dell’epoca, fondando istituzioni benefiche d' ogni genere (anche se soprattutto biblioteche pubbliche)
Circondato dall’affetto ed apprezzamento generale, morì nel 1919: successivamente, nessun altro, più di lui, é riuscito ad impersonar altrettanto bene il cosiddetto american dream, il sogno americano. 
Egli visse fedele al comandamento unico del nartismo che cita- "né ricchezze né felicità consumerai in quantità maggiore di quella da te creata" insistendo cioè sul fatto che, con le sue superiori competenze ed esperienza, il saggio narte debba interessarsi di e curare l’impiego e l’amministrazione delle ricchezze, più nell’interesse della collettività che non del proprio"

1. PARTE PRIMA : articolo "WEALTH" pubblicato nel 1889  sulla 'North American Review'

 Il problema della nostra età è una corretta amministrazione della ricchezza, ristabilente  vincoli di solidarietà tra ricchi e poveri, dato che - soprattutto nell’ultimo secolo - più che cambiate, le condizioni della vita umana son state addirittura rivoluzionat
In precedenza - come tuttora si riscontra negli Indiani - non c’era poi molta differenza tra abitazione, vesti, cibo, e condizioni generali del capo e quelle dei suoi sottoposti;
e quando, visitando i Sioux, fui condotto al wigwam[4] del capo, esso era esternamente indistinguibile dagli altri, come del resto anche quello del più povero dei suoi guerrieri
mentre l’enorme contrasto tra il palazzo del milionario e la baracca dell’odierno lavoratore esprime la profonda differenza introdotta dalla nostra civiltà.
Beninteso cambiamento solo in parte da deplorare, perché apportatore anche di notevoli benefici, a cui occorre dare il benvenuto,
molto meglio questa estrema differenza che non un’uniforme miseria; inoltre poi, senza ricchezza, non ci potrebbero neanche essere Mecenati.
I buoni vecchi tempi andati in realtà erano tutt’altro che buoni e nè padroni nè servitori stavano bene come al giorno d’oggi, talchè un dietro-front generale sarebbe disastroso, cancellando la civiltà[5]
Ma poichè è nelle nostre possibilità ulteriormente migliorare le cose, allora facciamolo, senza perdere tempo a contestare l’inevitabile.  
È facile identificare la ragione di tutto questo cambiamento, anche con un’osservazione sola : per arrivare all’odierna manifatturazione del prodotto, é stato necessario un lento e lungo progresso, a cui hanno contribuito tutte le attività della ricerca umana e le scoperte di questa età tecnologica.
Precedentemente, le merci venivano fabbricate al proprio domicilio, od in piccole botteghe annesse : il padrone e i suoi apprendisti lavoravano fianco a fianco, usufruendo d’analogo tenore di vita
Così, quando questi apprendisti diventavano mastri, gli sembrava naturale perdurare in questo rapporto, ed il ciclo si ripeteva; c’era insomma, sostanzialmente, uguaglianza sociale oltre che politica,
mentre gli attuali apprendisti, quelli cioé attualmente ingaggiati negli stabilimenti industriali hanno poca o nessuna voce in capitolo.  
Il risultato inevitabile di quella maniera di produrre erano articoli artigianali a prezzi elevati, mentre al giorno d’oggi la società ottiene merci di qualità eccellente a prezzi sorprendentemente modesti anche solo per la generazione precedente.
Contemporaneamente, anche nel commercio cause simili hanno prodotto risultati simili, talché, con questo duplice apporto, la Società oggi offre al povero  quello che ieri neanche un ricco poteva permettersi :
quanto precedentemente veniva ritenuto lusso ora è invece considerato necessario alla vita, talché il bracciante agricolo ha oggi più conforti che non un fattore della generazione precedente...
Ma vediamo l’altra faccia della medaglia, cioè il prezzo che noi dobbiamo pagare per questo salutare cambiamento, senza dubbio rimarchevole :
noi raccogliamo, in una fabbrica o miniera, migliaia di lavoratori, di cui il datore di lavoro viene a sapere poco o nulla, mentre, simmetricamente, egli è, per costoro, poco meno di un mito
e questo è tutto il rapporto esistente tra le due classi, che sono state rigidamente separate, col risultato che, la mutua ignoranza induce mutua diffidenza; così ciascuna casta è priva di comprensione per  l’altra, e pronta a credere a qualunque cattiveria su di essa.
Per non parlare che, in una situazione di sempre più aspra competizione economica, chi dà lavoro a migliaia di persone è costretto a lesinare sui loro compensi;
così s’è istituzionalizzata, tra capitale e lavoro, tra ricchi e poveri, un attrito, una lotta di classe, che fà perdere omogeneità alla Società umana.  ...
la  compettività ha costretto la Società a pagare prezzi enormi, anche se ancor più grandi sono i vantaggi,
perchè è ad essa che noi dobbiamo il nostro meraviglioso sviluppo materiale che sparge attorno a sé universalmente molto migliorate condizioni  di vita.
Pertanto una valutazione conclusiva, della legge di compettività, non può esser formulata senza né tener conto del favorevole cambiamento, apportato alle condizioni umane,
né del fatto che necessità è ragion sufficiente ad indurci - prima d’eventualmente abbandonarla - a trovarle un’alternativa altrettanto valida :
talvolta aspra contro l’individuo, tale legge é tuttavia ottima per l’evoluzione della razza, assicurando in ogni situazione la sopravvivenza del più idoneo.
 In conclusione, per adeguarci alla notevole ostilità dell’ambiente, noi soggiacemmo, anche a quell’estrema differenza di trattamento, che economicamente ha comportato la concentrazione della ricchezza nelle mani dei pochi, più preparati a maneggiarla,
accetandola, in quanto espressione della legge di competizione, non solo benefica ma essenziale al progresso ulteriore..
Per la stessa ragione, localizzato uno di quegli speciali uomini, che  sanno coltivare il capitale (a differenza dei più che, invece privi di quello stesso necessario talento, altrettanto rapidamente lo dissipano);
... Chiunque approfondisca questo archetipo si troverà presto dinnanzi alla conclusione che finché la  civiltà sarà fondata sulla sacralità[6] del principio a ciascuno il suo, il lavoratore ha diritto a conservare in banca i suoi 100 dollari di risparmio, come il milionario i suoi milioni.
1.8.                            Per tutti coloro quindi che propongano di sostituire il comunismo a simile esasperato individualismo la risposta è : la competitività ci ha portato a questo sviluppo e tutto il progresso da quel primitivo giorno al momento attuale è stato il risultato della sua applicazione :
da quelli che avevano l’abilità e l’energia per produrre ricchezza, dalla competizione  per la sua accumulazione, alla Società, è pertanto venuto molto più bene che male.
.. sarebbe criminale sprecare le nostre energie nello radicare l’albero capitalista,
quando si potrebbe - più proficuamente e, soprattutto, conservando la situazione esistente - invece migliorarlo ed indirizzarlo in modo un po' più favorevole per la produzione di buona frutta
...                         ed anche se queste leggi ci si manifestano disunguali ed ingiuste, e non certo perfette, come vorrebbe l’idealista, nondimeno  esse ci hanno reso migliori e più creativi.  
Quindi noi partiamo sotto la tutela di consuetudini economiche certamente assicuranti le finalità della razza, anche se inevitabilmente assicuranti la ricchezza a pochi;
ma, possiamo fare previsioni ottimistiche sugli sviluppi della situazione e la domanda che sorge è
"Qual’è la maniera corretta di amministrare ricchezza dato che le leggi economiche, sulle quali la civiltà è fondata, l’attribuiscono nelle mani di pochi?"
 E  di questa impegnativa domanda spero di poter offrire la migliore soluzione;
(sarà già stato capito che qui non si sta parlando di amministrare solo i faticati risparmi di molti anni di sacrifici, cioè il necessario per il sostegno e l’educazione familiare : quella non è ricchezza ma economia domestica, alla portata di tutti.)
Ci sono fondamentalmente tre modi di disporre del proprio eccesso di ricchezza
1) lasciarlo ai propri discendenti;
2)lasciarlo perché sia utilizzato per scopi pubblici;
3)oppure amministrarlo socialmente già durante la propria vita; 
e finora i primi due metodi hanno fatto la parte del leone, anche se il primo è il più sventato
Riguardo al punto 1): Nella nobiltà, la proprietà terriera e la maggior parte delle ricchezze sono lasciate al primo figlio, dato che la vanità del genitore è gratificata dal pensiero che il suo nome e feudo possa pervenire integro a generazioni successive.
ma in Europa l’attuale stato di questa categoria dimostra la futilità di simili speranze o ambizioni, dato che i successori sono stati spesso ridotti in miseria dalle loro follie o dal diminuire del valore della proprietà agraria
Sotto istituzioni repubblicane la divisione dell’eredità fra i figli è molto più equa, ma la domanda che nasce spontanea, in ogni uomo ragionevole è : "Perchè si dovrebbero lasciare grandi fortune ai propri figli? E dire che ciò sia fatto per affetto, non è per caso assai mal dimostrarlo?"
L’esperienza insegna infatti che, parlando in generale, parecchi figli si sentono oppressi dall’eredità e ciò non è vantaggioso nè per loro nè tantomeno per lo Stato;
appare doveroso dotare moglie e figli di fonti di reddito : ma se si vuol fare il loro bene é meglio che esse siano modeste, perché é altrettanto scontato che, invece di una loro buona riuscita, grandi eredità molto più spesso sono causa del completo cedimento dei beneficiari.
(Non si suggerisce certo che, dopo aver sbagliato nel non aver abituato i propri figli nel guadagnarsi il pane, poi li si abbandoni alla deriva, nella più completa povertà; ma avendoli allevati evitando loro l’inattività
o, cosa ancor più encomiabile, essendo riusciti ad instillare in loro l’istinto sociale ed a metterli in condizione di inserirsi nella Società, allora basta provvederli parsimoniosamente... Ci sono infatti esempi (però tanto preziosi quanto sfortunatamente rari) di figli di milionari non corrotti dalla ricchezza e che, pur ricchi, compirono grandi servigi per la comunità, veramente mostrandosi come sale della terra.

rif.2) In quanto al secondo metodo, quello cioè di lasciare, alla propria morte, ricchezze per usi pubblici, non solo é criticabile e sorprendente l’asincronia di far, nel mondo, qualcosa di  buono solo dopo la propria morte,
ma anche l’inesperienza di credere alla correttezza ed efficienza degli esecutori testamentari, statisticamente smentita dai risultati dei lasciti..
Sarà inoltre opportuno ricordare come usare la ricchezza ad effettivo beneficio della Società richiede non meno preparazione ed abilità che nel produrla;
inoltre il benefattore post mortem rinunzia tanto alla gratificazione di poter partecipare alla realizzazione della sua opera - che alla riconoscenza della Società, già durante la sua vita.
Per di più, degli uomini che post mortem lasciano vaste somme, non a torto si sospetta che non l’avrebbero lasciate se avessero potuto portarsele via con sè
  Uomini che, per tutta la loro vita, continuano ad accumulare ingenti somme, il cui uso corretto dovrebbe essere in favore della stessa comunità che ne ha consentita la creazione...
Rif. punto 3): Non rimane che un modo di impiegare le grandi fortune e che contemporaneamente ci offre il vero antidoto per la temporanea distribuzione disuguale della ricchezza, nonché la riconciliazione del ricco e del povero ed una società d’armonia
avremo un altro ideale, profondamente differente da quello dei Comunisti, e necessitante solo d’una reinterpretazione diversa delle condizioni esistenti, e non del rovesciamento totale della nostra civiltà,
... noi dovremmo riuscire ad avere una Società ideale, per il cui sviluppo l’eccesso di ricchezza dei pochi - in quanto amministrato per il bene comune - divenga l’autentica proprietà dei molti;
ed, in questo caso, il poter usufruire della superiore esperienza e capacità di quei pochi, potrebbe costituire, per la nostra Società, un’occasione evolutiva ben più straordinaria che disperdere la ricchezza minutamente nelle mani dei singoli.
 Anche i più poveri finirebbero per accorgersi di questo, e riconoscere che ingenti somme, accumulate da alcuni loro concittadini e spese per scopi pubblici, apporterebbero loro benefici maggiori e ben più preziosi che  non distribuite a loro nel corso del tempo.
Talché, su una simile utilizzazione delle risorse, né uno strenuo fautore del Comunismo, nè tantomeno la maggior parte dei benpensanti troverebbero da ridire...
Se le  opportunità e gli orizzonti della maggioranza - e conseguentemente gli apporti individuali alla Società - son generalmente scarsi e limitati, i ricchi hanno l’incommensurabile privilegio di potersi già da vivi interessare di opere umanitarie, apportanti considerevoli vantaggi ai loro concittadini,..
L’uomo positivo dovrebbe considerar suo dovere, ad esempio, il vivere modestamente e senza ostentazione, evitando ogni appariscenza e stravaganza, sostenendo opportunamente le legitime necessità di quelli che lo circondano;
 e, dopo aver fatto tutto ciò, considerare tutte le risorse, che superano le sue necessità familiari, come fondi affidatigli in amministrazione con il preciso incarico - da considerare personale imperativo categorico! - d’amministrarli in modo che, a suo giudizio, ne provenga il maggior bene per la comunità.
In tal modo l’uomo positivo diviene amministratore puro e semplice dei suoi fratelli meno dotati, sovvenendoli con le sue superiori saggezza ed  esperienza, abilità amministrative, facendo per il loro meglio ciò che essi stessi vorrebbero, ma non sono in condizioni di fare. 
Ci siamo a questo punto scontrati con la difficoltà di determinare concettualmente qual sia, per l’uomo positivo, il giusto apporto in famiglia, e quale il vivere decoroso ma modesto, senza ostentazione né stravaganze, perché ci dovranno pur essere standard diversi per condizioni diverse.
La risposta è che è praticamente  impossibile definire tutto ciò : e malgrado non si riesca a ben ed univocamente definire quali siano le buone abitudini, il buono gusto, o le buone consuetudini,
tuttavia queste sono dovute a scelte innate ed intuitive, e capirne il senso comune e facile quanto il percepire ciò che l’offende; né il problema é diverso per la ricchezza :
 le si devono applicare le stesse  regole del buon gusto nel vestire, che uomini e donne sintetizzano nell’adagio che il troppo stroppia.
Se una famiglia sia, pertanto, conosciuta esclusivamente per ostentazione, per stravaganze casalinghe od alimentari o d’equipaggiamento,
                 per cogliere al volo ogni scusa onde gettare in faccia al prossimo le sue enormi spese, se queste sono il suo unico elemento di distinzione, ebbene essa é già giudicata!
                   Ed esattamente la stessa cosa avviene nell’uso o abuso delle risorse eccesive, e che potrebbero essere usate generosamente e solidarmente per pubblica utilità; o per l’indefessa smania di accumulare e ammassare fino all’ultimo minuto, cioé se si produce solo per far ereditare.

Già si é ripetutamente indicato, nella beneficenza, il miglior uso cui destinare il proprio troppo;
ma - pur avendo a che fare con saggi amministratori - rammento d’esser davvero accorti; perché uno degli ostacoli più seri al progresso della nostra razza è la carità indiscriminata.
Molto, ma veramente molto, meglio sarebbe, per l’Umanità, che i milioni venissero gettati in mare, piuttosto che - come purtroppo così spesso avviene - sovvenirci i pigri, i beoni, gli indegni.
 Un noto filosofo - che si professava discepolo di H. Spencer - ammise l’altro giorno d’aver dato un quarto di dollaro[15] a un uomo che lo aveva importunato, mentre si recava a visitare un suo amico, solo per levarselo dai piedi,
e nulla sapendo delle abitudini di questo mendicante, né dell’uso che avrebbe fatto di quei soldi, anzi con la più che legittima suspicione che li avrebbe spesi impropriamente :
in tal caso, nel giorno del suo giudizio, quel quarto di dollaro, dato quella notte, gli peserà molto negativamente e dovrà essere riequilibrato con molti più soldi, da erogare stavolta in vera carità e da parte di un benefattore meno frettoloso!
Perché, quella volta, egli aveva solo eseguito i suoi comodi, e - per levarsi di torno quel seccatore - compiuta una delle azioni più egoiste e più deleterie di quella sua vita, sotto tutti gli altri aspetti molto degna.
Perché la vera carità consiste nell’aiutare chi già s’aiuta per conto suo; di assicurare parte del necessario a chi - desiderando migliorarsi - sia in grado di procacciarsi il resto,
di dare, a chi vuol rialzarsi, l’aiuto che può rialzare; genericamente nell’assistere, ma raramente o mai fare ciò per tutti!
 Ciò soprattutto perché i più degni d’assistenza il più delle volte non la sollecitano, oppure lo fanno solo raramente;
e più sono di razza veramente buona più si vergognano di chiederla, eccetto il caso di incidente o disgrazia inaspettata : una carità cieca non migliora né l'individuo né la razza!
Ognuno naturalmente viene a conoscenza di casi individuali in cui un intervento al momento giusto può davvero far bene ed allora cerca d’aiutare;
ma quest’aiuto, bonariamente erogato da individuo ad individuo, é necessariamente cieco, da mancata conoscenza delle necessità di tutti gli altri...
perché nell’elargire carità si fà probabilmente più torto premiando il vizio che non alleviando la virtù...
in questa maniera non solo si restituisce, la propria eccedenza di ricchezza alle masse dei concittadini, nella forma migliore per evolverli
 ma anche il problema di ricchezza e povertà sarà stato risolto nel modo migliore, cioé lasciando libertà tanto d’accumulazione quanto di distribuzione.
E, pur continuando l’individualismo, il milionario - né più né meno d’un amministratore, in pratica risulterà incaricato di amministrare una gran parte dell’aumentata ricchezza della comunità,
per conto del povero, facendolo infinitamente meglio di quanto costui potrebbe fare od aver fatto egli stesso...

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